ROVIGO – Si alza dagli ambientalisti, ma non solo, anche dalle decine di sindaci che amministrano piccoli comuni lungo il grande fiume, una crescente preoccupazione per le lungaggini con cui l’imponente progetto previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per la rinaturazione del bacino del Po procede, o meglio, è al momento impantanato ancor prima di iniziare (LEGGI ARTICOLO).
Inserito al punto 3.3 della misura M2C4 “Tutela del territorio e della risorsa idrica” e parte della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, questo progetto promette 357 milioni di euro per la biodiversità, il ripristino degli habitat e la sicurezza dei centri abitati che si trovano lungo gli argini (LEGGI ARTICOLO). Gli interventi saranno portati avanti dall’Agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo) con l’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po (Adbpo) e le Regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, e toccheranno 11 Province e 106 Comuni.
Il progetto dovrebbe rispondere a problemi attuali: “L’eccessiva canalizzazione dell’alveo, l’inquinamento delle acque, il consumo di suolo, le escavazioni nel letto del fiume – si legge nel testo del Pnrr – hanno compromesso parte delle caratteristiche del fiume e aumentato il rischio idrogeologico e la frammentazione degli habitat naturali”.

“Lo stop alle opere relative al grande progetto di rinaturazione del Po legato ai fondi del Pnrr, ben 357 milioni dedicati al recupero di aree sul grande fiume nel nome e nell’idea della biodiversità, dà la misura di quale sia ancora oggi, dopo anni passati a toccare con mano cosa significhi oltraggiare la natura, il rapporto tra certa imprenditoria predatoria ed il territorio.
Sfruttare per pochi soldi un’area golenale per coltivare pioppi da biomassa e imporlo come interesse prevalente significa avere un’idea malata di agricoltura, la stessa che probabilmente ha portato il Po ad essere un ricettacolo di pesticidi (LEGGI ARTICOLO)” afferma Vanni Destro, portavoce della Rete dei comitati polesani a difesa dell’ambiente.
“Già in passato questi soggetti hanno ostacolato la nascita del Parco del Delta nella paura di giusti vincoli troppo stringenti da rispettare.
Ora sono gli stessi che plaudono alla proroga in sede UE nell’uso di fitofarmaci nocivi (LEGGI ARTICOLO) o al nascere di inutili, per la transizione eergetica, impianti a biometano fin troppo incentivati per non rappresentare un goloso affare in barba a salute e qualità della vita dei cittadini.
Ricorda il sindaco di PortoTolle Roberto Pizzoli che aver scelto il rispetto della natura nel Delta del Po ha fatto da volano allo sviluppo di un’economia turistica e agricola che fa ben sperare per il futuro di queste terre, se si riuscisse pure a sventare il pericolo di nuove estrazioni. Non si può che essere d’accordo con Pizzoli ed auspicare che quelle risorse importanti legate alla rinaturazione vengano liberate dalle trappole di chi pensa solo al profitto personale.
C’è inoltre da chiedere agli amministratori della Regione Veneto di muoversi con gli omologhi lombardi per fermare sul nascere ogni progetto di bacinizzazione del Po che vedrebbe aumentare pericolosamente, soprattutto in anni di siccità dovuti al cambiamento climatico, il rischio del cuneo salino. Se questi potrebbero essere gli effetti della regionalizzazione della gestione del fiume viene da spaventarsi a pensare all’autonomia.
Facciano vedere i politici ed amministratori veneti a livello locale e nazionale che hanno a cuore anche il Polesine ed il suo Delta” conclude Vanni Destro per la Rete dei comitati polesani a difesa dell’ambiente.
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